I Pains of Being Pure At Heart non hanno fatto finora dell’originalità la propria bandiera, ma continuano a portare avanti un progetto sincero e con un trasporto ormai più unico che raro da trovare. Nell’era delle (sovra)produzioni aggressive questi neoshoegazer newyorchesi puntano tutto sulla canzone allo stato brado, alla ricerca della qualità nella melodia grezza, piuttosto che nell’arrangiamento modaiolo o ad effetto, come insegna la vecchia scuola à la R.E.M., per intenderci, tutto cuore il resto come viene. Si sa con questo metodo, svanito il guizzo creativo si potrebbe cadere nella scrittura di pezzi scialbi e tristemente poco ispirati, ma l’EP “Higher Than The Stars” restituisce l’idea di un di una band ancora all’apice della propria espressività e dell’ispirazione. Gli espedienti stilistici non si discostano molto da quel piccolo miracolo pop che è l’esordio omonimo, se non per una più percettibile ma molto ben miscelata vena post-punk di matrice dark, vicino ai lidi melodrammatici dei Lowlife verrebbe da pensare.
Volendo elencare le influenze si citerebbe quanto più di buono hanno offerto lo shoegaze e la new wave, ma per rendere tangibile la qualità di quanto stanno producendo i POBPAH è giusto soffermarsi sulle singole canzoni. I riferimenti marcatamente My Bloody Valentine dell’esordio si assottigliano nelle sognanti chitarre acustiche della title-track (presente anche in una raffinata versione elettronica minimal stile Arthur Russell), a sorreggere i consueti intrecci vocali di Kip e Peggy, ormai maestri della melodia nostalgica e finemente ricamata. Da brani come questo o Falling Over emerge il talento cristallino della band, che pur non stupendo per ricercatezza degli arrangiamenti né dei suoni, disarma con la semplicità delle nude emozioni che sezionano ogni nota delle loro composizioni, non ammiccando mai al lacrimevole e non scadendo mai nello stucchevole. Come già detto i riferimenti sono palesi, ma le paranoie sono tutte loro: poche band di recente formazione hanno saputo fondere schemi e suoni già sviscerati da anni con vibrazioni e sensazioni del tutto personali, creando un vero sentore di modernità all’interno della propria musica. Questo piccolo “diario” del malessere adolescenziale che stanno scrivendo i POBPAH trova in questo EP uno spartiacque si spera verso una svolta totale se sarà accompagnata la forza creativa a un cambio di rotta stilistico, a questo punto necessario. Una conferma senza troppi sussulti sarebbe infatti una grande delusione.
www.myspace.com/thepainsofbeingpureatheart
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