Danis Tanovic dopo il capolavoro No Man’s Land e il parziale fallimento di L’Enfer, torna dietro la macchina da presa per dirigere Triage, film che sancisce il ritorno a un tema caro al regista bosniaco quale l’atroce esperienza vissuta nelle zone di guerra, esperita dal nostro nel feroce conflitto serbo-bosniaco del decennio scorso. Qui però l’azione si svolge in Kurdistan e siamo nel 1988, anno in cui Mark e David, navigati fotoreporter, affrontano la terribile realtà della guerra kurda-irachena, a cui fece seguito l’indiscriminato massacro di 5000 kurdi, gassati dall’Iraq di Hussein. Tornato in patria, Mark sarà afflitto da continui incubi e rimorsi e nulla sarà più come prima. Il materiale di base non è dunque dei più originali, essendo la storia del giornalista in zona bellica abusata più volte per trattare le situazioni storiche più disparate; ciò non dovrebbe essere un problema per Tanovic, tanto distaccato e acuto osservatore quanto impiegabile accusatore, in grado di togliere retorica ed enfasi a qualsiasi storia e capace di restituire la dimensione più umana e fragile di ogni suo personaggio. Nel caso di Triage però, dispiace dirlo,il nostro perde un po’ la bussola. Mettendo da parte la freddezza analitica delle sue più riuscite opere precedenti, abbraccia uno stile narrativo più ritmato e convenzionale con tanto di colonna sonora drammatica e onnipresente, perdendo molte delle particolarità che rendevano marcatamente (e orgogliosamente) europee le sue pellicole, complice anche la fotografia molto “americana” di Seamus Deasy. La storia, per quanto banale, viene giostrata bene da Tanovic con continui ricorsi a flashback e salti nella narrazione; ma se la prima parte (quella ambientata in Kurdistan), cruda e realista è decisamente nelle corde del regista, nella seconda metà l’ambizione di una profonda analisi sui traumi dell’esperienza di guerra risulta sproporzionata all’urgenza di esporre l’argomento trattato. La narrazione da metà pellicola in poi diviene troppo frettolosa e va sprecando un personaggio in potenza grandioso come lo psichiatra spagnolo dall’oscuro passato, interpretato da un sempre verde (nero?) Cristopher Lee. Se funzionano i flashback di Mark, in particolare il ricordo dell’esperienza in Africa e che salvano decisamente in corner la riuscita complessiva del film, troppo semplicistici appaiono i dialoghi tra il protagonista e il “Dr. Lee”, che dovrebbero essere il vero fulcro della storia. Il tormento di Mark per quanto interessante sulla carta risulta a tratti didascalico, pecca non da poco vista la centralità che si vorrebbe attribuire al tema del trauma post-bellico. Il personaggio, un fotografo, un osservatore, si dovrebbe far testimone di un dramma universale quale la guerra, ma la povertà dello script rilega i fatti visti dal nostro a una dimensione talmente essenziale e rapida da renderli banali. Un film che poteva essere importante sembra venir sacrificato sull’altare di un pasticciato compromesso tra profondità e fruibilità, considerata anche la scelta di un divo hollywoodiano come Colin Farrell per protagonista; seppur bravo, la sua presenza rivela una contraddizione non in linea con la “poetica” del regista, solitamente eccezionale nel dare dignità ai tanti senza volto della storia. Risultando a tratti superficiale, Triage dunque tende all’inconsistenza verso un tema che non permette approssimazioni, soprattutto da un regista del calibro di Tanovic che ha vissuto sulla sua stessa pelle un’esperienza totalizzante e tremenda come la guerra.
“Triage” Regia: Danis Tanovic Sceneggiatura: Danis Tanovic Fotografia: Seamus Deasy Interpreti: Colin Farrell, Christopher Lee, Paz Vega, Kelly Reilly, Nazionalità: Irlanda – Spagna – Belgio – Francia, 2009