lunedì 14 dicembre 2009

Up There: The Clouds EP (Frohike, 2009)

Negli ultimi due anni, la scena post-rock nella regione Emilia Romagna ha visto una spropositata crescita demografica di bands affrancabili a suddetto genere, non mancando di serbare esaltanti sorprese e felici conferme. Gli Up There: The Clouds, giovanissimi, sono una di queste rivelazioni e si collocano nella nuova ondata di gruppi post; ben capaci di sintetizzare gli stilemi del genere con una dose di personalità superiore alla media, danno allo stampe il loro primo omonimo EP sotto l’egida della Frohike.

In verità dire EP, se non per il numero di brani, è alquanto riduttivo: ci si trova infatti davanti ad un lavoro di una compiutezza e di una coerenza artistica difficilmente rintracciabili nell’underground italiano odierno.

Sin dalla prima, trascinante traccia, gli UTTC rivelano tutta la loro consapevolezza nell’uso emotivo delle melodie, dote che nel genere da loro intrapreso ha troppo spesso lasciato spazio a freddi vezzi di bravura esecutiva. I muri chitarristici sognanti e aggressivi, si candidano sin da subito come elemento emblematico della musica dei cinque riminesi che, ben sostenuti da una potente sezione ritimca, riescono a tenere alta la tensione emozionale del brano sia in distortissimi spannung, sia quando le tre sei corde si abbandonano a onirici arpeggi finemente intrecciati. I brani per quanto lunghi sono studiati nel minimo particolare senza mai risultare pasticciati o malamente montati, rischio in cui si potrebbe cadere facilmente vista la diversificazione delle parti, interna a ogni traccia. Dall’impatto epico di “The Last Glimpse of Hope in My Eyes” si passa dunque alla più riflessiva “Your Words Are Meaningless”, altra piccola gemma emotiva, che fa da apripista all’ipnotica e burrascosa traccia finale, vera valvola di sfogo aggressivo e degna conclusione di EP che sa di viaggio interiore. Se si esclude l’evitabile voce screamo (un po’ troppo alla moda e francamente non necessaria alla riuscita del brano), in “The Comprimise Between…” abbiamo la summa di tutta la “poetica” degli UTTC; in un brano feroce quanto dolce, esplosivo quanto studiato emerge tutto il bisogno espressivo di una band che sa cosa vuole dire e sa in quale modo dirlo.

La vera sorpresa è dunque la precoce maturità artistica e la coesione tra i vari elementi strumentali, regalandoci una band compatta negli intenti e nell’esecuzione. Certo, i riferimenti sono facilmente rintracciabili (Explosions in the Sky su tutti, Mogwai, Pelican e via dicendo)ma nonostante questo, gli UTTC sono ben lungi dall’essere epigoni di qualche band in particolare come accade tristemente spesso per questo genere. In conclusione, c’è solo da sperare che le vive intuizioni della band non siano solo fortuite e che col tempo sappiano distinguersi sempre di più intraprendendo un percorso ancor più personale e, perché no, innovativo.


www.myspace.com/uptheretheclouds

mercoledì 9 dicembre 2009

La Prima Linea di Renato De Maria (Italia-Belgio, 2009)

3 ottobre 1982. Sergio Segio e altri membri del gruppo armato Prima Linea, organizzano un assalto al carcere di Rovigo, nel tentativo di liberare alcune detenute, tra cui Susanna Ronconi, legata sentimentalmente a Segio e co-fondatrice dell’organizzione. Da questo episodio Renato De Maria cerca di ricostruire l’attività del feroce gruppo terroristico con un film cupo e claustrofobico che si è circondato da (in)evitabili polemiche sin da prima della sua uscita. Ebbene pur toccando il film un tema scottante e di difficile esplicazione come gli anni di piombo e dei vari gruppi armati, quello che va subito passato al vaglio è l’analisi del profilo filmico e narrativo giacché da quel punto di vista, la pellicola incespica in più di un momento. Protagonista assoluto di La Prima Linea è Sergio Segio (un freddo e poco convinto Scamarcio), e il film non lascia che per poche sequenza la sua soggettiva, rendendolo una sorta di racconto unilaterale, chiudendo i dialoghi e le azioni in se stesse con continui salti temporali, rilegandoli a un punto di vista che risulta limitante. Lo stile adottato alla regia da De Maria è lento ed evanescente, con lunghi silenzi e dialoghi semplici, quando non televisivi, e che lascia da parte la ricerca della tensione per privilegiare la riflessione, indugiando più volte sullo sguardo (un po’ marmoreo) del protagonista, tramite numerosi primi piani. Il ritmo strascicato della pellicola si accompagna a un impatto visivo tutt’altro che coinvolgente e pone sulle spalle degli attori tutto il peso del tema trattato; peccato che la recitazione di gran parte del cast sia risibile, e anche per quei pochi attimi in cui viene lasciato l’onnipresente protagonista i brutti dialoghi affondano quel poco di buono che si potrebbe trovare nella recitazione. De Maria vorrebbe prediligere dunque un’analisi psicologica della mente dei terroristi ma da per scontato tutto un contesto storico che è causa ed effetto delle loro azioni e reazioni, rendendo il pensiero dei personaggi solo lontanamente tangibile. Il punto di arrivo lascia senza risposta molte domande che è inevitabile porsi: perché Segio e compagnia impugnano le armi? Fino a che punto arrivava il consenso della gente verso le spietate azioni del gruppo? E soprattutto, da dove nascono il bisogno e la voglia di rovesciare un sistema con la violenza e la clandestinità con il solo effetto di isolarsi e perdere il senso della realtà? Forse l’essenza claustrofobica del film vuole essere emblematica dell’isolamento e della lontananza dalle persone per cui “combattono”i membri di Prima Linea, cioè la classe operaia, ma la prospettiva unica del personaggio di Segio non basta a questo fine. Tutto sommato De Maria ci prova a dare qualche risposta ma lo fa in maniera così sussurrata e impercettibile che allo spettatore non rimangono che un pugno di stanche scene d’azione e qualche scambio di battute da cui si può solo intuire la vera natura di uomini come Segio e la Ronconi ( una Mezzogiorno alquanto sprecata). Se Romanzo Criminale ha un taglio decisamente “glam” e di forte impatto estetico, La Prima Linea non raggiunge né il coinvolgimento del film di Placido ne si avvicina al toccante pudore di Mio Fratello è Figlio Unico, altro film che al contrario di questo riesce ad avvicinarsi con forza a un periodo così cruciale e così nero come gli anni di piombo.



La Prima Linea”
Regia: Renato De Maria
Sceneggiatura: Fidel Signorile, Ivan Cotroneo, Sandro Petraglia
Fotografia: Gianfilippo Corticelli
Interpreti: Riccardo Scamarcio, Giovanna Mezzogiorno, Dario Aita
Nazionalità: Italia – Belgio, 2009

lunedì 30 novembre 2009

Triage di Danis Tanovic (Irlanda-Spagna-Belgio-Francia, 2009)

Danis Tanovic dopo il capolavoro No Man’s Land e il parziale fallimento di L’Enfer, torna dietro la macchina da presa per dirigere Triage, film che sancisce il ritorno a un tema caro al regista bosniaco quale l’atroce esperienza vissuta nelle zone di guerra, esperita dal nostro nel feroce conflitto serbo-bosniaco del decennio scorso. Qui però l’azione si svolge in Kurdistan e siamo nel 1988, anno in cui Mark e David, navigati fotoreporter, affrontano la terribile realtà della guerra kurda-irachena, a cui fece seguito l’indiscriminato massacro di 5000 kurdi, gassati dall’Iraq di Hussein. Tornato in patria, Mark sarà afflitto da continui incubi e rimorsi e nulla sarà più come prima. Il materiale di base non è dunque dei più originali, essendo la storia del giornalista in zona bellica abusata più volte per trattare le situazioni storiche più disparate; ciò non dovrebbe essere un problema per Tanovic, tanto distaccato e acuto osservatore quanto impiegabile accusatore, in grado di togliere retorica ed enfasi a qualsiasi storia e capace di restituire la dimensione più umana e fragile di ogni suo personaggio. Nel caso di Triage però, dispiace dirlo,il nostro perde un po’ la bussola. Mettendo da parte la freddezza analitica delle sue più riuscite opere precedenti, abbraccia uno stile narrativo più ritmato e convenzionale con tanto di colonna sonora drammatica e onnipresente, perdendo molte delle particolarità che rendevano marcatamente (e orgogliosamente) europee le sue pellicole, complice anche la fotografia molto “americana” di Seamus Deasy. La storia, per quanto banale, viene giostrata bene da Tanovic con continui ricorsi a flashback e salti nella narrazione; ma se la prima parte (quella ambientata in Kurdistan), cruda e realista è decisamente nelle corde del regista, nella seconda metà l’ambizione di una profonda analisi sui traumi dell’esperienza di guerra risulta sproporzionata all’urgenza di esporre l’argomento trattato. La narrazione da metà pellicola in poi diviene troppo frettolosa e va sprecando un personaggio in potenza grandioso come lo psichiatra spagnolo dall’oscuro passato, interpretato da un sempre verde (nero?) Cristopher Lee. Se funzionano i flashback di Mark, in particolare il ricordo dell’esperienza in Africa e che salvano decisamente in corner la riuscita complessiva del film, troppo semplicistici appaiono i dialoghi tra il protagonista e il “Dr. Lee”, che dovrebbero essere il vero fulcro della storia. Il tormento di Mark per quanto interessante sulla carta risulta a tratti didascalico, pecca non da poco vista la centralità che si vorrebbe attribuire al tema del trauma post-bellico. Il personaggio, un fotografo, un osservatore, si dovrebbe far testimone di un dramma universale quale la guerra, ma la povertà dello script rilega i fatti visti dal nostro a una dimensione talmente essenziale e rapida da renderli banali. Un film che poteva essere importante sembra venir sacrificato sull’altare di un pasticciato compromesso tra profondità e fruibilità, considerata anche la scelta di un divo hollywoodiano come Colin Farrell per protagonista; seppur bravo, la sua presenza rivela una contraddizione non in linea con la “poetica” del regista, solitamente eccezionale nel dare dignità ai tanti senza volto della storia. Risultando a tratti superficiale, Triage dunque tende all’inconsistenza verso un tema che non permette approssimazioni, soprattutto da un regista del calibro di Tanovic che ha vissuto sulla sua stessa pelle un’esperienza totalizzante e tremenda come la guerra.


“Triage”
Regia
: Danis Tanovic
Sceneggiatura: Danis Tanovic
Fotografia: Seamus Deasy
Interpreti: Colin Farrell, Christopher Lee, Paz Vega, Kelly Reilly,
Nazionalità: Irlanda – Spagna – Belgio – Francia, 2009