martedì 13 ottobre 2009

Editors - In This Light And On This Evening (Kitchenware, 2009)

Più volte si sarebbe potuto pensare che gli Editors non avessero nulla da dire: la loro musica degli inizi non era che una rimasticatura alla moda di stereotipi dark, new wave e pop di bassa lega inscatolati in canzonette formato radiofonico, raramente sopra i tre minuti, mai sperimentali nel suono e nella forma. Fu senza dubbio così per l’esordio “The Back Room” , un’accozzaglia di brani usa e getta con qualche guizzo di inaspettata (casuale?) ispirazione, riscattato parzialmente dal seguente “An End Has A Start”, decisamente più sostanzioso anche se fatalmente monocorde. A “In This Light And On This Evening” sta il difficile compito di far dimenticare il lato commerciale e derivativo della musica degli Editors, svelando se c’è almeno un pizzico di volontà di ricerca e sperimentazione estetica nelle intenzioni della band di Birmingham. Ebbene se dall’album emergono le lacune che la band non riesce a colmare, la violenta virata del sound si palesa sin dalle prime battute dell’opening/title track. A emergere per prima è senza dubbio l’assenza dei vortici chitarristici di Urbanowitz, che lasciano il posto a un’elettronica robusta e che strizza l’occhio a Ultravox e Depeche Mode vedendo i sintetizzatori come nuovo ortocentro della composizione dei pezzi. Gli umori dark che prima sembravano un orpello, una spilletta da affiggere alla borsa, ora si verbalizzano sinceri in brani dilatati e pulsanti e in cui cresce la vena riflessiva della band escludendo un’artificiosa (e furbetta, commercialmente parlando)disillusione più giovanilistica che giovanile. La title track già si propone tra i massimi vertici artistici della band e come miglior pezzo del disco, insidiosa e pronta ad esplodere tra muri di synth e cori profondi del sempre più maturo Smith. Anche Bricks And Mortar sorprende, approfondendo a dovere quel lirismo (ora in versione electro)che si era fatto timidamente avanti nella seconda fatica e tenendo alta la tensione emotiva per quasi sei minuti. The Big Exit cita i Radiohead come i Joy Division, e coinvolge grazie a un’atmosfera straniante e drammatica allo stesso tempo; troppo enfatica invece Eat Raw Meat = Blood Roll, in pieno stile ultimi Depeche Mode con tutti i difetti del caso, meno bene anche il singolo Papillon (comunque tra i migliori della band fino ad ora). Preso singolarmente ogni brano ha una propria vita all’interno dell’album, sia quando si esce dal dance floor con The Boxer, sia quando i quattro si lanciano alla ricerca del pathos più totale, vedi Like Treasure. Prima parlavamo di alcune lacune all’interno dell’album, ebbene anche se, come già precisato, ogni brano è di per sé valido, si fa prepotente la sensazione di una certa ripetitività nelle strutture e nei suoni ad ascolto ultimato. Forse è questo il più grave difetto degli Editors: una volta trovata una forma-canzone e degli stilemi in cui sfogare la creatività li incollano pedissequamente ad ogni composizione, anche ora che il fisiologico cambio di rotta è avvenuto, questa nuovo prototipo di “canzone à la Editors” è già stato spulciato per l’intero album. Ancora di strada ne hanno da fare per limare le ben presenti imperfezioni formali, ma senza dubbio “In This Light And On This Evening” è il migliore della produzione dei quattro.


www.myspace.com/editorsmusic


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