domenica 27 settembre 2009

The Pains Of Being Pure At Heart - Higher Than The Stars (Slumberland - Fortuna Pop, 2009)

I Pains of Being Pure At Heart non hanno fatto finora dell’originalità la propria bandiera, ma continuano a portare avanti un progetto sincero e con un trasporto ormai più unico che raro da trovare. Nell’era delle (sovra)produzioni aggressive questi neoshoegazer newyorchesi puntano tutto sulla canzone allo stato brado, alla ricerca della qualità nella melodia grezza, piuttosto che nell’arrangiamento modaiolo o ad effetto, come insegna la vecchia scuola à la R.E.M., per intenderci, tutto cuore il resto come viene. Si sa con questo metodo, svanito il guizzo creativo si potrebbe cadere nella scrittura di pezzi scialbi e tristemente poco ispirati, ma l’EP “Higher Than The Stars” restituisce l’idea di un di una band ancora all’apice della propria espressività e dell’ispirazione. Gli espedienti stilistici non si discostano molto da quel piccolo miracolo pop che è l’esordio omonimo, se non per una più percettibile ma molto ben miscelata vena post-punk di matrice dark, vicino ai lidi melodrammatici dei Lowlife verrebbe da pensare.

Volendo elencare le influenze si citerebbe quanto più di buono hanno offerto lo shoegaze e la new wave, ma per rendere tangibile la qualità di quanto stanno producendo i POBPAH è giusto soffermarsi sulle singole canzoni. I riferimenti marcatamente My Bloody Valentine dell’esordio si assottigliano nelle sognanti chitarre acustiche della title-track (presente anche in una raffinata versione elettronica minimal stile Arthur Russell), a sorreggere i consueti intrecci vocali di Kip e Peggy, ormai maestri della melodia nostalgica e finemente ricamata. Da brani come questo o Falling Over emerge il talento cristallino della band, che pur non stupendo per ricercatezza degli arrangiamenti né dei suoni, disarma con la semplicità delle nude emozioni che sezionano ogni nota delle loro composizioni, non ammiccando mai al lacrimevole e non scadendo mai nello stucchevole. Come già detto i riferimenti sono palesi, ma le paranoie sono tutte loro: poche band di recente formazione hanno saputo fondere schemi e suoni già sviscerati da anni con vibrazioni e sensazioni del tutto personali, creando un vero sentore di modernità all’interno della propria musica. Questo piccolo “diario” del malessere adolescenziale che stanno scrivendo i POBPAH trova in questo EP uno spartiacque si spera verso una svolta totale se sarà accompagnata la forza creativa a un cambio di rotta stilistico, a questo punto necessario. Una conferma senza troppi sussulti sarebbe infatti una grande delusione.


www.myspace.com/thepainsofbeingpureatheart



venerdì 11 settembre 2009

Arctic Monkeys - Humbug (Domino, 2009)

C’è chi ha gridato al miracolo per questo “Humbug”, terzo capitolo nella discografia degli Arctic Monkeys, prodotto dall’astuta mano del guru stoner Josh Homme; si mormorava di un cambiamento radicale, in barba alle leggi del mercato, della loro label e del loro multimilionario successo, “svolta psichedelica” addirittura. In verità tralasciando gli eccessi sensazionalistici della stampa estera e non, quello che si prospetta essere questo disco è “solo” il terzo passo di un naturale e non ancora finalizzato percorso di maturazione stilistica, che non fa di certo cadere dalla sedia per la sorpresa ma che non delude neanche chi si aspettava qualcosa di più. C’è da immaginarsi che gli stessi componenti della band di Sheffield si sarebbero ampiamente tediati a riproporre nuovamente il loro banalissimo garage-wave, e assomigliare un po’ meno a una copia sbiadita (e smaccatamente commerciale) dei Mclusky non avrebbe che rinfrescato un ormai asfittico catalogo di canzoni fatte con lo stampino. E’ indubbio che qualche territorio inedito gli Arctic Monkeys cercano di esplorarlo e i nomi da scomodare sono molto grossi: Secret Door cita i Pink Floyd come i Beatles, e tra assoli infarciti di chorus e chitarre acustiche suona come una sincera e piacevole novità. Si assiste a un generale abbassamento dei toni e della loro distintiva acidità spaccona, lasciando più spazio a momenti riflessivi ed evanescenti che risultano di sicuro più interessanti di qualsiasi cosa abbiano mai prodotto finora, complice forse l’istruttiva esperienza del singer Turner con i Last Shadow Puppets. L’appesantimento quasi stoner che permeava gli umori del loro disco precedente è stemperato a favore di sequenze armoniche più ricercate e molto 60’s, senza dimenticare la new-wave e la lezione di certi Blur degli inizi, come in Fire and The Thud. Insomma, di carne al fuoco ce n’è molta ma in fin dei conti gli episodi davvero riusciti si contano sulle dita di una mano(tra questi il singolo The Crying Lightning e Cornerstone), e se poi si aggiunge il fatto che non resistono al rispolverare i loro consueti riffs tutti attitudine in almeno quattro pezzi (su dieci), il bilancio del disco sfiora il negativo. In definitiva un po’ di coraggio in più e più consapevolezza dei propri mezzi avrebbero fatto di “Humbug” un album migliore ma va concesso comunque agli Arctic Monkeys di aver finalmente dimostrato di valere di più di quel pugno di riffs furbetti propinatici finora. Al prossimo appuntamento il fallimento non sarà contemplato.


http://www.myspace.com/arcticmonkeys

martedì 8 settembre 2009

Xtravagance Core - Cabaret Terror Balera + L'incredibile Segreto Dell'Intestino Crasso (Palustre records 2009)

A circa un anno dall’uscita per Palustre Records di “Cabaret Terror Balera”, gli Xtravagance Core pubblicano la ristampa del loro esordio con l’aggiunta di altri cinque brani, tutti inediti, b-sides e live. “L’incredibile Segreto Dell’Intestino Crasso” questo il nome della nuova release, non aggiunge granché alla storia della band romagnola, se non un pugno di tracce live che sono ormai diventate loro cavalli di battaglia. Forse è proprio dal live che bisogna partire per comprendere la musica degli Xtravagance (un misto di grind, folk romagnolo(sic!), ska, reggae, drone,punk, freestyle…la lista potrebbe continuare); la loro vera forma di espressione è senza dubbio l’esibizione dal vivo, un vero baccanale di suoni, colori e personaggi strampalati in cui la musica Xtravagante trova la propria essenza. La novità non sta nel mix di influenze che apportano alla loro musica, ma bensì nella capacità di destrutturare -quando non distruggere- ogni sorta di suono, riportandolo ai primordi, grezzo e scarno al fine di rigurgitarlo irriconoscibile e accompagnarlo a performance e scenografie che strizzano l’occhio all’avantgarde e al Dada. Laddove una band ordinaria trova nell’LP la realizzazione massima del proprio obbiettivo artistico, l’operazione di incidere un disco è paradossalmente rischiosa per gli Xtravagance Core, essendo il formato di un album forse troppo stretto per le loro esigenze espressive. Effettivamente sia “Cabaret…”, sia “L’incredibile Segreto…” risentono come di un freno, risultando sin troppo scarni e semplici e non rendendo piena giustizia all’arte del collettivo bellariese che orienta la propria ricerca artistica verso l’esperienza, visiva e sonora, piuttosto che solo verso la musica. Ad ogni modo la validità del progetto è tangibile su entrambi i dischi; i loro pezzi, estremamente vari ma allo stesso tempo omogenei, sono schegge di follia grind-folk, piccoli deliri che sfiorano il non-sense senza risultare mai stupidi o pecorecci. Gli Xtravagance Core passano con disinvoltura dalla violenza sonora più totale, a un folk che definire malato è un mero eufemismo. Una nota di merito va alle capacità d’improvvisazione del cantante Nigolas, abile nello snocciolare perle linguistiche e incontenibile animale da palco, supportato da un collettivo di musicisti scatenato ed aperto a ogni soluzione musicale. Purtroppo a conti fatti, quello che rimane del disco non è assolutamente paragonabile allo spessore dell’esperienza live e c’è da sperare che gli Xtravagance Core trovino un formato a loro più adeguato per esprimere la propria arte(ma il divertimento è assicurato col fantasioso packaging).



www.myspace.com/xtravagancecore